
Architetto, non sfuggire alle tue responsabilità: occupati di forma. In essa troverai l’uomo”. Luigi Snozzi (*29/07/1932, +29/12/2020)
Del castello di Viù’ me ne aveva parlato Fabrizio. Fabrizio aveva visto un modello in miniatura del Castello, quando una volta visitò Villa Fino (l’edificio che, parzialmente, sorge ora sulle tracce del castello). Ad agosto, con Paolo siamo andati a cercarne i resti; le pietre dei muri del Castello che segnano ancora il dislivello della montagna. Anche Paolo quando aveva 20 anni, era stato nel Castello ad una festa, ma del plastico non me ne aveva mai parlato. Per vedere i resti bisogna salire la strada che sale verso Polpresa: 100 m dopo, sulla sinistra, bisogna poi percorrere il vialetto in ciottoli che arriva ad una chiesetta. Da lì, sul lato sinistro della chiesa, arrampicandosi in piedi su un muretto è possibile vedere quello che resta del Castello: cumuli di pietre descrivono a terra un impianto di muri irregolari; fossati scavati sul pendio della montagna, marcano tracce di torri medievali dalla forme complesse e articolate: poligoni, ovali, cerchi. Una costruzione dettata dalla casualità e da esigenze legate a ragioni belliche-difensive. Da quei muri il feudatario-tiranno (il Visconte di Baratonia) versava l’olio bollente sugli usurpatori ed assalitori, che minacciavano il suo potere. Dopo la visione delle rovine – da quel punto di osservazione che non era un gran che – il mio interesse verso il Castello di Viù, in località Versino, venne meno. Tuttavia decidemmo, io e Paolo, di vedere come poteva essere il lato inferiore, quello a sud – ovest del Castello, verso il bosco. Salimmo allora nella borgata Versino e percorrendo il sentiero ombroso che porta ai Tornetti potemmo vedere alla nostra destra le alte mura di pietra che una volta contenevano il Castello. Dall’altra parte del sentiero il bosco fitto scosceso, precipitava verso il basso. Sul sentiero, proprio sotto le mura, incontrammo un uomo impegnato a sistemare il fondo della mulattiera. Scambiammo con lui qualche parola: ci disse che quelle mura di pietra furono ricostruite dopo la prima guerra mondiale sui sedimi delle vecchie muraglie del Castello. Il Castello “da vicino” l’avevamo visto e avevamo anche toccato le sue pietre.
La ricerca di come poteva apparire il Castello da lontano, sarebbe stato per me e Paolo, il fine delle prossimi perlustrazioni. La visuale del Castello dalle strade e dai sentieri di accesso al paese, e come si sarebbe potuto rivelare – da lontano – ai viaggiatori, poteva essere per me, trattazione interessante. Gli scorci da cui il viandante medioevale e il turista contemporaneo, potevano scorgere il Castello erano 3.
Il 1° è lungo la strada di uscita da Viù, verso la provinciale per Usseglio (SP n. 32), prima di entrare nella frazione Versino, poco dopo la Colonia Climatica E. Dominici: guardando in alto, sulla destra, fra gli alberi si scorge ancora un bastione turrito circolare. Il Castello, con le sue torri, si trovava proprio lì accanto.
Il 2° è poco più in basso: sul sentiero che costeggia il campeggio Tre Frei che poi, svoltando si immette sempre sulla stessa SP n. 32, proprio dove ci sono le strettoie. Da lì, l’imponenza di Villa Fino si apprezza bene, e si sarebbe apprezzato anche il Castello che sorgeva al suo posto.
Il 3° è scendendo dalla strada provinciale n. 197 del Col del Lys, sul tornante prima di attraversare il Ponte delle Fucine, sul torrente Stura. Da lì, il Castello del Versino poteva apparire al viandante un miraggio ancora lontano, seminascosto tra gli alberi, sul crine più alto della montagna, a coronamento della case alte e strette, degradanti sul torrente che scorre sotto la frazione Fucine.
In una di quelle notti di metà agosto (era un venerdì notte che veniva verso il sabato) mi comparve nel sonno, il Visconte di Baratonia, feudatario del 1159 d.C., nonché padrone di innumerevoli altri castelli, sparsi nel Piemonte del Basso Medio Evo. Il Visconte mi cercò per commissionarmi il Progetto di Ricostruzione del Castello di Viù, in località Versino. Mi dava ampia libertà espressiva e potevo spendere nella costruzione quanto volevo. Mi avrebbe pagato il Progetto “200 Grossi di Piemonte”: 80 come acconto, 120 a progetto consegnato.
Nel sogno di quella notte mi comparve anche l’immagine del Castello dato a fuoco dai Viucesi il 25 marzo 1551, stufi delle angherie dei predoni che vi si erano installati, per conto dei feudatari del momento. Mi figurarono anche i falò, che nelle notti del 25 marzo di ogni anno illuminano la valle in onore dell’Annunziata, ricordando il rogo del Castello e celebrando la libertà ritrovata.
Accolsi l’incarico che il Visconte mi aveva proposto e, con i mei tempi mi misi al lavoro.
Non mi interessava progettare la ricostruzione del Castello di Viù, così come era e così come le fonti e i testi hanno documentato nel tempo la forma che poteva avere. La ricostruzione del Castello di Viù, quella che interessava a me, doveva essere una forma vero-simile. Una forma contaminata dal tempo che è trascorso, dalla mia storia personale, da immagini che si sono fermate nella mia memoria, da suggestioni provenienti da ogni luogo, da contaminazioni provenienti da luoghi lontani ma anche vicini: nel progetto di ricostruzione doveva emergere il racconto della montagna, attraverso le sue pietre, ma anche evocare Architetture, materiali a me cari.
Il progetto di ricostruzione del Catello di Viù in località Versino, ha come fondamento la definizione di una Piazza sopraelevata dalla forma irregolare (una zona in piano sulla sommità di quella bassa montagna), circondata da 6 edifici, alti e stretti, sulla quale si affacciano. Si raggiunge la Piazza salendo da delle scalinate scomposte ed irregolari. Le scale, partono dal declivio del bosco sottostante e sbarcano nella Piazza, in corrispondenza dei suoi angoli, fra un fabbricato e l’altro. Alcune scale sono strette ed anguste, altre ampie, munite di pianerottoli. Le scale salendo percorrono le facciate laterali degli edifici. Il traguardo sulla piazza, dopo aver percorse le scale, rivela scorci inaspettati e sorprendenti. Il colore delle scale e della Piazza è scuro, tendente al verdastro, quasi nero, di un materiale non ben definito. Al centro della Piazza, in mezzo ad un aiuola, un albero gigantesco: “un faggio”, l’albero della bassa-media montagna.
Tutti i 6 edifici, che compongono la piazza, hanno pianta di forma poligonale (6 lati, ognuno di dimensione diverse), materiali delle facciate e dei tetti dissimili l’un l’altro, nonché numero di piani – dalla quota del piano della piazza – variabile da 3 a 5, oltre al sottotetto. Tutte i 6 edifici, dai muri perimetrali massicci, presentano verso il lato del bosco un ulteriore livello su cui prospettano i magazzini e i depositi del Castello.
I 6 edifici disposti a definire il vuoto della Piazza hanno 6 diverse definizioni materiche, che rivestono in modo uniforme facciate e tetti.
Il 1° edificio, di complessivi 5 livelli in altezza, contempla un rivestimento di lamiera ondulata arrugginita.
Il 2° edificio, di complessivi 5 livelli in altezza, contempla un rivestimento di listelli di legno invecchiati posati in orizzontale.
Il 3° edificio, di complessivi 7 livelli in altezza, contempla un rivestimento di lamiera ondulata zincata con innesti di assi lignei verticali.
Il 4° edificio, di complessivi 5 livelli in altezza, contempla un rivestimento di blocchi di roccia con colorazione verde intenso.
Il 5° edificio, di complessivi 6 livelli in altezza, contempla un rivestimento di mattoni forati alternati a spazi vuoti, posati a file orizzontali.
Il 6° edificio, di complessivi 5 livelli in altezza, contempla un rivestimento di pietre di montagna dal taglio irregolare posate a secco.
I materiali di rivestimento raccontati sono “textures” catturate nei luoghi di queste montagne. Essi connotano le Architetture povere ed imperfette disseminate in questa Valle.
Le lamiere ondulate zincate con inserti di assette lignee verticali e le lamiere ondulate arrugginite sono utilizzate per rivestire i fianchi ed i tetti delle baracche impiegate come fienili e depositi.
Le pietre di montagna dal taglio irregolare posate a secco sono utilizzate per costruire i muri portanti delle antiche magioni, delle baite e dei Benal, Architetture della mezza montagna di questa Valle.
I mattoni forati e mezzi mattoni forati, posati a file orizzontali alternandoli buchi vuoti, sono utilizzati in tempi recenti, per chiudere e tamponare i fienili – della bassa montagna – in cui stoccare il fieno necessario al sostentamento del bestiame durante la stagione invernale.
I listelli di legno invecchiati sono utilizzati per rivestire i rifugi, le baracche per i pastori e i bivacchi negli alpeggi a quote più alte di questa Valle.
I blocchi di roccia caratterizzano le falesie e i monoliti di granito presenti nei boschi di Richiaglio, lungo la strada sterrata che sale a Bertesseno, sulla sponda destra del Rio omonimo.
I 6 edifici sono caratterizzati da prospetti segnati da aperture dalla forma inconsueta: i triangoli costituiscono le porte degli ambienti che si affacciano sulla Piazza e le porte dei depositi che si aprono verso il bosco; i rombi (losanghe) – le cui diagonali hanno dimensioni diverse – costituiscono le finestre e le porte-finestre dei piani superiori. I vuoti delle aperture vengono rappresentati, nel progetto, con una colorazione dorata.
I tetti delle 6 Architetture vero-simili sono complessi ed articolati. La loro forma è concepita, assumendo per ogni spigolo del poligono della pianta, l’imposta di quote diverse: la quota maggiore è impostata su uno degli spigoli del lato più corto del poligono. Progressivamente sugli spigoli, successivi si imposta, una quota minore e poi subito dopo una quota leggermente maggiore, ma inferiore alla prima. Così per tutti i lati del poligono. Le falde del tetto assumono una forma caratterizzata da pendenze ed impluvi molto marcati. I sottotetti, generati dalla costruzione di questi tetti, risultano senza alcun dubbio, interessanti e divertenti e di sicuro effetto scenografico per coloro che l’abiteranno.
Sui tetti delle 6 Architetture emergono vistosi camini. Il numero dei camini è pari ai livelli (piani) abitabili per ogni edificio (ad eccezione dei livelli adibiti a depositi a quota del bosco). I camini sono alti ed emergono oltre la quota del colmo più alto. Su ogni camino è posata una grossa pietra bianca per dissuadere le streghe, che abitano la montagna, ad entrare all’interno degli appartamenti. Le streghe, – Masche – abitano la Valle di Viù e nelle notti di luna piena del venerdì, che volge al sabato, soprattutto nel mese di novembre, terrorizzano, spaventando tutti coloro i quali non sono ancora rincasati e si trovano ancora a percorrere i sentieri del bosco. Molti dicono di averle viste ballare, di recente, poco più in su’, sul Masso di Barma Fré, all’imbocco del Vallone di Ovarda. Ma questa è un’altra storia.
(Scritto a gennaio, nei primi giorni del 2021, ricordando l’estate appena passata).
- Ricostruzione del Castello di Viù. Vista del Castello, con le case della sottostante frazione Fucine, dall’ultimo tornante della SP n. 197 del Col del Lys (foto agosto 2020, DL).
- Ricostruzione del Castello di Viù. Vista prospettica dalla SP n. 32 presso la Colonia terapica E. Dominici (foto agosto 2020, DL).
- Ricostruzione del Castello di Viù. Vista del Castello, dall’alto (foto aerea da Google Maps).
- Ricostruzione del Castello di Viù, in località Versino. Scorcio prospettico con ombre. In primo piano l’edificio rivestito in lamiera ondulata zincata con inserti in assette di legno e fianco-stante edificio rivestito in mattoni traforati.
- Ricostruzione del Castello di Viù, in località Versino. Scorcio prospettico con ombre. In primo piano edificio rivestito in blocchi di roccia verde intenso delle falesie di Richiaglio.
- Ricostruzione del Castello di Viù, in località Versino. Scorcio prospettico con ombre. In primo piano l’edificio rivestito in lamiera ondulata zincata con inserti di assette di legno e la scalinata che dal bosco sala verso la Piazza.
- Ricostruzione del Castello di Viù, in località Versino. Scorcio prospettico con ombre. In primo piano l’edificio rivestito in mattoni forati e le scale che salgono al piano della Piazza.
- Ricostruzione del Castello di Viù, in località Versino. Scorcio prospettico con ombre. In primo piano l’edificio rivestito in mattoni forati e l’edificio rivestito in blocchi di pietra di montagna.
- Ricostruzione del Castello di Viù, in località Versino. Scorcio prospettico con ombre. In primo piano l’edificio rivestito in blocchi di pietra di montagna posati a secco. In secondo piano l’edificio rivestito in blocchi di roccia colore verde intenso della falesia di Richiaglio.
- Ricostruzione del Castello di Viù, in località Versino. Scorcio prospettico con ombre. In primo piano l’edificio rivestito in listelli di legno invecchiati con fianco-stante edificio in lamiera ondulata zincata con inserti in assette di legno.
- Ricostruzione del Castello di Viù. Pianta dei tetti.
- Ricostruzione del Castello di Viù. Pianta dei tetti, con ombre.











