P_0024_D: PADIGLIONE DELL’ISOLAMENTO, IN AMBIENTE DI RISAIA | XXII_MMXX

Padiglione dell’Isolamento nella 2° risaia sommersa

A fine marzo, metà aprile, termina il periodo dell’”asciutta”. Le risaie vengono lentamente e progressivamente sommerse dall’acqua, secondo rituali che si ripetono da quasi 200 anni. Ci sono appezzamenti di coltivazioni che vengono allagati prima degli altri: ragioni strategiche che conoscono solo i  “risaioli”. Non avevo più avuto modo di poter ammirare da vicino, e con continuità quest’evento. La primavera del 2020 mi ha permesso di ritornare in questi luoghi: nei pomeriggi di marzo inoltrato, aprile e maggio, mi ci recavo e coglievo, ogni giorno, piccole differenze. Le terre aride, diventavano più scure, colore del fango: si impregnavano lentamente e si ricoprivano di 20 cm di acqua. Il letargo dei mesi invernali si interrompeva: nel silenzio della campagna, si faceva eco la natura che si risvegliava: nella penultima settimana di aprile il gracidare delle rane e dei rospi, era interrotto dai miei passi e dalle corse di mia figlia sui lembi di terra tra una risaia e l’altra. Con il passare dei giorni alle rane si aggiungevano gli ardeidi e altri uccelli; Aironi Cenerini, Ibis Sacri e Nitticole: con le loro esili gambe – immerse nell’acqua – setacciavano, con il loro becco, il fondo melmoso delle risaie, alla ricerca di insetti, serpi d’acqua e piccoli pesci. E poi, nei primi giorni di maggio sono arrivate anche le zanzare: il caldo si cominciava a sentire. Intanto dal velo d’acqua iniziava ad emergere una delicata peluria: le prime piantine del riso. Da lì a poco l’ambiente della Risaia non sarebbe più stato vivibile: il caldo afoso, l’umidità e le zanzare che pungevano, l’avrebbero reso inospitale ed intollerabile. Questo che ho raccontato è report autobiografico del mio lockdown: dove ho vissuto parzialmente il mio isolamento, lontano dalle strade delle città semivuote. Lunghe passeggiate sugli argini del Canale Cavour e poi da lì, oltre la Cascina Nuova, verso la Cascina Murone e Castell’apertole. Mi sono trovato bene in questa dimensione ovattata, dove il silenzio è padrone: il silenzio è diventato un bene di “lusso” e l’isolamento è conforme al mio carattere un po’ misantropo.

Dal luogo e dalla condizione, ne è derivata l’ossessione di un padiglione “aperto”: quando l’intorno è una piana desolata l’”Architettura” deve ergersi da esso, deve cioè esaltare la sua verticalità. La verticalità, quando il sole è al tramonto, proietta sul suolo ombre lunghe che si confondono con lo scuro dell’acqua, mossa dalla brezza della sera. Il Padiglione dell’Isolamento è una “gabbia”  – su una “palafitta” -, dal colore salmastro della palude, a 9,00 m, di quota dal pelo dell’acqua. La sua forma è un poligono irregolare a 8 lati, di cui solo 3 lati perpendicolari tra di loro. Così, come l’Airone o l’Ibis Sacro, con le loro delicate e sottili zampe sembrano galleggiare sull’acqua, il Padiglione dell’Isolamento, con i suoi più di 105 pilastrini si eleva a oltre 12,50 m dalla risaia. Tra i pilastrini una ripida scala a due rampe, poste a 90°, permette di raggiungere lo spazio sopraelevato a quota 9,00 m. Lo spazio in quota è trafitto dal pavimento all’intradosso del solaio superiore da quegli stessi pilastrini che partono dall’acqua. Alcuni di questi pilastrini (nello spazio sopra-elevato) sono mancanti per far posto ad un percorso angusto e tortuoso che porta ad un’altra scala, rampa singola, salendo la quale si giunge al tetto terrazzo, posto a 12,50 m. Le pareti sono costituite da profili metallici verticali accostati l’uno, rispetto all’altro, scostandoli  di 10 cm: feritoie verticali permettono a fatica il traguardo della vista verso l’esterno. Lo sguardo verso il fuori, non è mai completo: esso è impedito e difficoltoso. Percorrendo l’angusto spazio interno del Padiglione (dove in certi punti per passare occorre infilarsi di traverso), si raggiunge la scala lineare che porta alla quota superiore del terrazzo. Anche qui, lo spazio è segnato dai montanti che riprendono e continuano la posizione dei pilastrini sottostanti: il perimetro del piano è protetto dai profili verticali che emergono oltre la quota del pavimento, secondo altezze variabili e diverse. Le facciate esterne, sono caratterizzate da profili metallici con sezione a croce 5 cm x  5 cm, di lunghezze diverse, saldati – a sbalzo – a 90° ai montanti verticali di chiusura del padiglione. I pilastrini verticali che trafiggono i 2 solai, salgono – oltre l’ultimo pavimento calpestabile – di quote variabili e diverse l’uno dall’altro.   

(Scritto il 06, 07 e 08 dicembre 2020, ricordando la primavera passata).